Petrolio, Arabia Saudita frena su accordo congelamento produzione

Come ampiamente prevedibile (e previsto), l’accordo sul congelamento della produzione voluto da alcune parti internazionali (es. Russia) continua a trovare intoppi. Ultimo, in ordine di tempo, è quello prodotto dall’Arabia Saudita, convinta sostenitrice dell’intesa, e ora invece in grado di compiere un mezzo passo indietro con l’affermazione di non avere alcuna intenzione di mettere un freno alle estrazioni di greggio, a meno che non lo facciano anche tutti gli altri, Iran compreso.

Ora, considerando che l’Iran ha più volte ricordato di non gradire un congelamento della produzione proprio ora che il suo export di greggio è ripartito (grazie alla sospensione delle sanzioni), saltare alle conclusioni sulla possibile inefficacia dell’accordo, e sui suoi riflessi sulle quotazioni di greggio, è presto detto.

Ad ogni modo, la cronaca ci dice che a parlare in tali termini è stato il principe Mohammed bin Salman, figlio del re, secondo in linea di successione al trono, al quale è affidata una lunga serie di incarichi di governo tra i più delicati e strategici. Mohammed è infatti ministro della Difesa, ma siede anche nel Consiglio per gli affari economici e lo sviluppo, un organismo – ricordava il quotidiano Il Sole 24 Ore dello scorso 2 aprile – istituito da suo padre, che ha la supervisione dei ministeri delle Finanze, dell’Economia e del Petrolio, nonché del fondo sovrano saudita.

Durante un’intervista di ben cinque ore all’agenzia Bloomberg, il principe non ha lasciato dubbi sull’orientamento di Riyadh in vista del vertice del 17 aprile, che riunirà in Qatar una quindicina di produttori petroliferi Opec e non. “Se tutti i Paesi, compresi Iran, Russia, Venezuela, membri dell’Opec e tutti i principali produttori decidono di congelare la produzione, saremo conloro (…) Se c’è qualcuno che decide di aumentare la sua produzione, allora non respingeremo nessuna opportunità che bussi alla nostra porta”.

Insomma, una presa di posizione molto chiara, che ha condotto un risultato certo e immediato: le parole del principe, unitamente alla risalita del dollaro, hanno trascinato in ribasso del 4% il prezzo del petrolio, cancellando nel caso del Wti tutti i guadagni dell’anno: il riferimento americano ha chiuso a 36,79 dollari al barile, mentre la prima scadenza del Brent (giugno) ha concluso a 38,67 $.

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